Foza, le cicatrici della guerra
Luogo: Altopiano dei Sette Comuni (Vicenza)
Oggetto: La prima guerra mondiale e il primo dopoguerra sull’Altopiano dei Sette Comuni
Cronologia: 1900-1926
Azienda partner SoGeAgr: Azienda agricola Cherubin Sandra (Foza)
Agenda 2030:


Abstract:
La prima guerra mondiale rappresenta ancora oggi per Foza e l’Altopiano dei Sette Comuni il periodo storico più sentito, sia per vicinanza temporale, sia per gli effetti che ha causato sul territorio. Dopo la devastazione è seguita la ricostruzione, non solo dell’ambiente ma anche della memoria, che oggi è valorizzata grazie a percorsi storico-turistici quali sentieri, musei, mostre e rievocazioni storiche.
L’Altopiano dei Sette Comuni, un tuffo nella Storia
Recandosi oggi sull’Altopiano di Asiago – meta prediletta del turismo proveniente dalle vicine Padova e Vicenza – è difficile non notare i segni della guerra combattuta oltre cent’anni fa. Conche colme d’acqua che un tempo hanno “ospitato” devastanti granate, cimiteri militari, monumenti, trincee, sentieri, tutto ricorda la Grande Guerra. Un conflitto totalizzante che per la prima volta non coinvolse solo gli eserciti al fronte ma anche i civili che, per esempio, furono arruolati nel Genio se abili al lavoro; oppure scelsero la via dell’emigrazione, perché nelle zone di guerra non si poteva più rimanere a vivere; per non parlare delle continue requisizioni da parte dell’esercito che si approvvigionava di beni alimentari, animali o spazi.
Foza e le sue frazioni non passarono indenni attraverso gli anni burrascosi del conflitto. E anche se oggi tra i boschi e i prati risuonano solo il vento, il cinguettio degli uccelli o i versi degli animali al pascolo, gli echi della guerra rispuntano costantemente.
E venne la guerra
Era l’estate del 1914 quando in Europa scoppiò la prima guerra mondiale. Ma apparentemente l’Altopiano non aveva nulla da temere nei confronti dell’Austria. È vero che decenni prima l’Impero asburgico aveva occupato per qualche anno il territorio della Spettabile Reggenza, ma fin dal 1882 il Regno d’Italia era alleato con la Duplice Monarchia. I più vecchi e saggi, tuttavia, fiutavano che la pace sarebbe durata poco, del resto bastava dare un’occhiata alle fortificazioni costruite già a inizio secolo dagli austriaci per rendersi conto che tra italiani e sudditi di Francesco Giuseppe non correva buon sangue. E proprio le fortificazioni, le strade, le infrastrutture che serviranno alla guerra ormai imminente, davano da lavorare agli abitanti dell’Altopiano, ragazzini compresi.
Il ricordo del lavoro frenetico alla militarizzazione delle montagne è rimasto ben impresso nella memoria degli anziani, che a distanza di decenni dalla fine della guerra hanno continuato a raccontare le loro memorie. Tra questi c’è, per esempio, Alfonso Oro, nato nel 1903: “C’era lavoro per tutti sotto il Genio Militare: fu portata a termine la strada Foza-Lazzaretti, sistemate altre strade ma soprattutto si fecero fortificazioni e difese nelle zone di confine con l’Austria. Anche i più piccoli venivano occupati, infatti egli (Alfonso) lasciò la scuola e benché avesse solo undici anni fu assunto, gli misero al braccio la ‘fascia di zappatore’ e lo aggregarono al gruppo che spalava la neve sulle strade”. [in Cappellari, Foza, storia, leggende, memorie]
Storie di profughi
La guerra “vera” per il Regno d’Italia, come è noto, iniziò il 24 maggio 1915. L’Altopiano di Asiago fu terreno di scontro in quanto situato al confine con l’Impero austro-ungarico. Tra le battaglie più note si ricorda la Strafexpedition del 1916, quando gli austriaci arrivarono a un passo dalla conquista della Pianura Padana, fermati solo all’ultimo dall’esercito italiano. Per Foza, tuttavia, la guerra sembrò non essere così distruttiva, fino al 1917. Le foto giunte fino a noi testimoniano come la maggior parte degli edifici resistette in piedi fino a quando l’Altopiano rimase in territorio italiano. I problemi arrivarono dopo la sconfitta degli italiani a Caporetto, quando il fronte retrocedette fino al Piave. La riconquista, durata dal 1917 al 1918, fu asperrima e dell’antica Foza non rimasero che macerie.
In questo clima, naturalmente, non era possibile restare a vivere. Gli abitanti dell’Altopiano iniziarono così a conoscere una nuova condizione: quella di profughi. In condizioni di estrema incertezza, non sapendo né cosa portare via, né per quanto tempo, donne, anziani e bambini caricarono su piccoli carri quel che potevano e lasciarono le loro terre, per tutta la durata della guerra. Qualcuno emigrò verso i paesi ai piedi dell’Altopiano, qualcuno più a sud, fino in Sicilia. I mesi vissuti come profughi furono difficili, con sussidi che bastavano appena al sostentamento e un’accoglienza che non sempre era benevola. Caterina Costa, un’anziana di Rotzo, ricorda che si “doveva lasciare il paese al più presto. Tutti spaventati senza rendersene quasi conto, raccolsero poche cose, quasi nulla, e verso il tramonto partirono tutti, i bambini e i vecchi sui carri trainati dalle mucche, le donne e i pochi uomini a piedi. I paesi rimasero tutti quasi deserti. I soli suoni che si sentivano erano i rumori delle galline o delle altre bestie che la gente aveva lasciato libere”. [in Raffaella Calgaro, Tutta un’altra storia].
Tra sgomento, fame, paura, incertezza, l’esodo durò fino alla primavera del 1919 quando si potè finalmente fare ritorno a casa. Ammesso che le case esistessero ancora…
Il ritorno e la ricostruzione
Il sinistro presentimento dei profughi era realtà: dell’antico paese di Foza restavano solo macerie, morti sparsi ovunque e residui bellici, che causavano non poca preoccupazione tra i fozesi di rientro dal fronte o dalle loro peregrinazioni. Prima di ricostruire bisognava quindi bonificare, compito che spettava al Genio, ed era necessario sistemare le strade per consentire a persone, mezzi e animali di transitare. Tutte sfide che non spaventarono gli abitanti dell’Altopiano che si rimboccarono le maniche e in pochi anni ricostruirono case, chiese, stalle e malghe. Tra i nuovi edifici, che andarono a ripopolare le montagne più alte, apparvero le casere, abitazioni modeste utilizzate d’estate dai pastori, composte da due edifici, uno adibito a stalla e l’altro riservato ai pasti e al riposo.
L’ultimo edificio ad essere completato a Foza fu la chiesa, inaugurata il 15 agosto 1926. Pur tra le mille difficoltà della montagna, la vita ricominciò il suo corso.
Dopo un secolo, tracce di memoria
Sono innumerevoli i percorsi della memoria che si possono intraprendere oggi sull’Altopiano di Asiago. Dalle trincee più “comode” e ristrutturate come quella del Monte Zovetto, ai sentieri più impegnativi fino ai cimiteri, ai monumenti commemorativi e ai musei. Da Foza uno dei percorsi maggiormente battuti è quello delle Melette, che dal centro del paese porta al Monte Fior tra malghe, cippi e punti panoramici. Spostandosi verso Gallio, invece, ci si può immergere nel Sentiero del Silenzio, un percorso unico e originale per riflettere sulla guerra e sulla pace.
Bibliografia:
Signori, Foza, una comunità, una storia, Comitato Promotore per la storia di Foza, Foza, 1991.
Cappellari, Foza, storia, leggende, memorie, Tipografia Rumor, Vicenza, 1986
AA.VV, Gente di Foza, Istituto di Cultura Cimbra, Roana, 2009
Calgaro, Tutta un’altra storia, Marcianum Press, Venezia, 2022
