Foza, non più nomadi

Luogo: Foza (Vicenza)
Oggetto: I cambiamenti della vita e dell’economia 
Cronologia:  Secoli XVIII – XIX
Azienda partner SoGeAgr: Azienda agricola Cherubin Sandra (Foza)

Agenda 2030:

Abstract:

Tra la fine della Repubblica di Venezia e l’annessione al Regno d’Italia (1797-1866), Foza ha attraversato crisi economiche, le dominazioni napoleonica e austriaca, carestie ed epidemie. L’amministrazione austriaca portò miglioramenti in tema di sanità e istruzione, ma la fine del nomadismo pastorale trasformò profondamente l’economia e la società, con il passaggio dall’allevamento ovino a quello bovino e una maggiore importanza attribuita alla silvicoltura.

La fine della Serenissima

Il tramonto dell’epoca della Repubblica di Venezia coincise con un periodo di cambiamenti per il comune di Foza. Il sentimento dominante tra i fozesi a fine Settecento era quello di disaffezione nei confronti delle istituzioni (Comune, Reggenza, Repubblica) dovuto al fatto che la vita dei pastori era nomade e per buona parte dell’anno essi godevano del diritto di “pensionatico”, ovvero il diritto di poter portare le greggi al pascolo nelle terre temporaneamente prive di colture, ricambiando con una naturale concimazione. Con la crisi del commercio della lana a Venezia, il sistema che consentiva di sostare in pianura senza oneri venne fortemente ridimensionato (1763-1776). Conseguenza di ciò fu un periodo di disordine che non riusciva a essere amministrato né dal comune, né dalla Repubblica di Venezia, prossima alla fine.

 

Dopo Napoleone, anni difficili

Il 12 maggio 1797 il Maggior Consiglio di Venezia decretava il proprio scioglimento. Il periodo successivo è segnato dall’arrivo di Napoleone, dopo una breve parentesi austriaca durata fino al 1806 quando l’Impero asburgico si ritirò in seguito a una sconfitta con i francesi. Il periodo napoleonico fu caratterizzato da nuove tasse, requisizioni e dall’introduzione della leva obbligatoria nell’esercito imperiale. Per il resto la situazione economica non cambiò molto rispetto al periodo precedente, stando almeno alle poche fonti disponibili dell’epoca.

Nel 1813 Napoleone venne sconfitto e sull’Altopiano di Asiago tornò l’Austria. E di questo periodo si ritrova ancora memoria nel ricordo delle nonne e dei nonni. Perlomeno nel nord est italiano non era raro, fino a qualche anno fa, sentire la frase “Quando che ghe gera l’Austria se stava ben”. In effetti la storiografia è sostanzialmente concorde nell’affermare che il dominio austriaco fu caratterizzato da un’amministrazione efficiente che, tuttavia, non bastò a salvare Foza da periodi di congiuntura come quella del 1817 quando in tutta Europa si abbatté una pesante carestia dovuta a siccità e scarsi raccolti. Nello stesso anno arrivò a Foza il tifo petecchiale, nel 1836 il colera, mentre nel 1830 un grande incendio divorò almeno dieci abitazioni in legno.

 

L’amministrazione austriaca

Sanità, istruzione, efficienza. Potrebbero essere queste tre parole a riassumere l’amministrazione austriaca di Foza, come di altri territori, negli anni in cui governò le province a sud dell’Impero. Malgrado le difficoltà di inizio ‘800, tra invasioni, carestie e malattie, la seconda parte del secolo sembrò sorridere agli abitanti di Foza. Già nel 1829 il governo asburgico istituì il medico comunale, un supporto importante ai bisogni materiali della popolazione che, tuttavia, non erano gli unici: le cronache non mancano di sottolineare come fosse proprio il medico comunale ad avvisare prontamente il parroco per i bisogni spirituali degli ammalati.

Negli stessi anni la scuola elementare – fino ad allora gestita dalla Chiesa – divenne statale e pubblica, aperta e obbligatoria per tutti i bambini maschi in età scolare- L’obbligo però non portò automaticamente alla frequenza dal momento che la popolazione restò sostanzialmente nomade. Ciononostante questo è un segnale del cambiamento dei tempi, così come la novità più grossa di questi anni: l’abolizione del diritto di pensionatico, l’antico privilegio che consentiva ai pastori di Foza di stanziare in pianura durante i mesi invernali.

 

Nel Regno d’Italia. Non più nomadi

Dopo l’ultima guerra d’indipendenza, nel 1866 il Lombardo Veneto – di cui Foza faceva parte – venne annesso al giovane Regno d’Italia. Nel 1870 fu la volta dello Stato della Chiesa ma un “chiassoso” gruppo di intellettuali – che più tardi saranno chiamati irredentisti – sostenne che mancavano altri territori per completare l’Unità d’Italia. Si trattava del Trentino e della Venezia Giulia e sarà proprio per queste aree che, neanche mezzo secolo dopo, si scatenò una nuova guerra che ebbe conseguenze devastanti per Foza e l’Altopiano di Asiago. Nel frattempo il problema più grosso, dopo l’abolizione del pensionatico, restava quello di convertire un’economia nomade in una stanziale.

Le cose dunque cambiarono: i boschi più vicini al paese si diradarono per far posto ai pascoli e ai faggi in un primo momento mentre verso la fine del secolo gli alberi caducifogli vennero sostituiti con sempreverdi. Che ne fu dunque delle famose pecore? Nell’impossibilità di andare in pianura durante l’inverno, piano piano gli ovini furono sostituiti dai bovini e sia l’economia che lo stile di vita degli abitanti mutarono.

I cambiamenti si iniziarono a vedere, per esempio, dalle case che non venivano più costruite con muri a secco e legno – visto che erano poco più che provvisorie durante la stagione estiva – bensì con pietre e calce, edificate insomma per durare nel tempo. Nonostante la costruzione di abitazioni più durature, tutti quelli che oggi chiamiamo servizi erano ancora lungi dall’essere progettati. Come racconta Franco Signori in Foza, una comunità, una storia, “l’ignoranza di ogni regola igienica, la convivenza quotidiana con gli animali da cortile o da stalla, anche nelle stanze di casa, la mancanza d’acqua e la scarsa e deficiente alimentazione, completavano il quadro di un ambiente sanitario quanto mai esposto a ogni rischio e pericolo per la salute dell’uomo e per quella stessa degli animali”.

Neanche a dirlo, in paese non c’erano né farmacie né medicine, la salute degli abitanti passava unicamente per il medico del paese. Pessima anche l’istruzione: benché la tradizione nomade fosse stata ormai abbandonata, bambini e bambine erano più utili a casa che a scuola, pertanto chi frequentava le scuole fozesi era solo una piccola parte dei residenti in età scolastica.

I lenti cambiamenti della vita e dell’economia di Foza saranno presto travolti dalla guerra, al termine della quale bisognerà ripartire da zero.

Bibliografia:

Signori, Foza, una comunità, una storia, Comitato Promotore per la storia di Foza, Foza, 1991.

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